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Call For Illustrations #4 – Results

Call For Illustrations #4

La Dialettica dell’Abitare – Francesco Remotti

Abitare è essere e forma. Essere è il modo in cui abitiamo una parte di mondo, di spazio. “Nell’abitare risiede l’essere dell’uomo” (M.Heidegger). La Forma viene dalle interazioni dell’uomo con l’ambiente circostante in uno stretto legame che si innesca tra luoghi, corpi e costumi. “L’abitare è la matrice in cui gli esseri umani prendono forma” (W.Benjamin). L’Abitare porta fortemente al suo interno il concetto di Intimità. Nel territorio delle isole Wallis e Futuna, con l’80% della popolazione che trae economia da un agricoltura di sussistenza, l’abitazione canonica non è costituita da pareti che la dividono dall’esterno. L’ uomo raggiunge la propria intimità andando nel proprio orto. La foresta del Congo è una foresta pluviale di tipo equatoriale che si trova nell’Africa Centrale. In questo territorio vivono diverse decine di gruppi etnici, tra cui i più numerosi i Pigmei, che traggono sostentamento dalla foresta. Questi ultimi raggiungono la propria intimità inoltrandosi nella foresta, dialogando con essa. I luoghi dell’intimità, dunque, non rispecchiano necessariamente l’interno di una casa. Intimità è ritrovare se stessi in uno spazio.


1° PREMIO (scelto da Library)

Anna Luison. Anatomia dell’abitare

Vote: 9,4 (attinenza al tema: 9,6 //coerenza tra testo e immagine: 9,4 //ricerca grafica: 9,2 //qualità della riflessione: 9,5)

“Sogni, illusioni, morte, nascita, mutazioni, piacere, contemplazione, rituali, conflitti, (…) amore, odio, memoria, desiderio, intimità, (…) il giorno, (…) la notte, l’estate, l’autunno, (…) acqua, terra, fiamme, (…) fiori, odori, gesti, movimenti, protezione, isolamento, trasparenze (…)”. Con queste parole l’architetto austriaco Raimund Abrahm definisce in una poesia gli elementi costitutivi della casa, una delle forme primordiali dell’abitare. L’abitare viene raccontato, dissezionato in elementi che ne descrivono l’essenza più profonda, quella immateriale. Il succedersi, l’intrecciarsi di questi elementi influenzano il nostro appropriarci dello spazio circostante, il nostro abitare. La profonda interrelazione tra questi elementi e l’ambiente, fa sì però che anche lo spazio, la forma abiti noi. Abitiamo e siamo abitati: uno scambio vicendevole di forma e contenuti.

1° PREMIO (SCELTO DAL G6)

Marco De Vincentiis, Emanuel Falappa. Essere Forma e intimità

Vote: 9,1 (attinenza al tema: 9,4 //coerenza tra testo e immagine: 9,2 //ricerca grafica: 8,4 //qualità della riflessione: 9,3)

Come Odisseo di ritorno a Itaca, l’uomo riconosce la propria identità nei caratteri primari della sua abitazione. 1. L’ecografia si pone strumento di indagine atto a oltrepassare la superficie, e in profondità trovarvi quel che non risulta visibile all’occhio. Si scova un universo fatto di sensi, ricordi, immagini e oggetti: “L’immensità è in noi, è legata a una sorta di espansione di essere che la vita frena e la prudenza arresta, ma che riprende nella solitudine”. 2. L’abitazione diviene custode di ogni identità; assorbe nelle proprie ambientazioni la fragile percezione del sé, acquistando massima ricchezza nella dimensione dell’ordinario. Le abitudini dell’uso e la ripetizione dei movimenti danno vita a una dimensione unica, paragonabile a quella del ventre materno. “Divenuta recinto, spazio esistenziale, territorio del sé, l’abitazione implode con tutte le sue energie nel corpo dell’abitante, che ne plasma gli spazi secondo la portata della propria recettività”.

1° PREMIO (SCELTO DAI SOCIAL)

Giovanni Maria Santonicola. il bagno di Diana

Vote: 7,8 (attinenza al tema: 8,4 //coerenza tra testo e immagine: 8,8 //ricerca grafica: 7,0 //qualità della riflessione: 7,0)

La ricerca di sé stessi è celata tra le piaghe della nostra epidermide. Una carezza alla propria pelle è il vero senso dell’intimità. Il mito di Diana e Atteone è il simbolo dell’intimità tradita e delle terribili conseguenze di questo gesto. Il bagno è la catarsi ( κάθαρσις ) della nostra intimità, immergere il nostro corpo e lenirlo carezza dopo carezza, tra quattro mura o in una foresta ci regala la vera scoperta di noi stessi. Il suono dell’acqua, l’umidità nell’aria e gli odori della natura ci portano alla riflessione più profonda su noi stessi. Una vasca Nera profonda 80 cm 150×150 e una Lea Massari rapita da “Le souffle au coeur” rappresentano la nostra idea di intimità tra i profumi della natura bidimensionale di Henri Rousseau.

Menzioni d’onore

Elsa Lherm Delorme, Romain Alies. Lost in it

Vote: 8,8 (attinenza al tema: 8,6 //coerenza tra testo e immagine: 9,0 //ricerca grafica: 9,1 //qualità della riflessione: 8,7)

Imagine a physical structure that welcome an immaterial object. The first one is made of bones, flesh, liquid. The second is a blend of images, ideas, emotions and sensations. Open the first one and the other will be gone. Try to catch the second while you can not touch it. Both forms a human being. The dream is the mental expression of the spirit. The intimacy is a dreamlike journey in a human’s consciousness who has forgotten its origin. It wanders. The spirit is alone, lost in a border less and ethereal mind. Intimacy. Something hiding deep inside. Involuntarily the mind is active, writing a story: a canvas painted with a symbolic language. It uses well-known shapes to reconstruct a familiar landscape made of numerous memories Lost. The space find the subject, traps it. The subject is the space: an immaterial object where the physical rules don’t apply. It host the space, the space hosts it. Wake up.

Luca Minotti. Future Genesis

Vote: 8,7 (attinenza al tema: 8,4 //coerenza tra testo e immagine: 9,0 //ricerca grafica: 8,8 //qualità della riflessione: 8,6)

3017 d.C. Sono passati diversi anni da quando, a seguito di un lento processo, l’intera popolazione mondiale è diventata ufficialmente nomade. Dopo millenni di sedentarietà il genere umano ha finalmente ripreso il suo antico peregrinaggio, in maniera moderna e rinnovata. Fu per necessità, come risposta a catastrofi naturali e all’esaurimento di risorse sfruttabili, che molti uomini iniziarono il nuovo stile di vita, facilitati da un pianeta ormai totalmente globalizzato che ripeteva identici luoghi in ogni sua porzione costruita. La vera svolta avvenne con la diffusione di chip sottocutanei in grado di intervenire sulle termoregolazioni corporee e capaci di rendere la temperatura dell’organismo adattabile agli sbalzi climatici sempre più forti e frequenti. Da quel momento ogni tipo di superficie o indumento tra uomo e ambiente risultava del tutto inutile. La lotta atavica tra genere umano e natura scomparve definitivamente e con essa la necessità di occupare stabilmente dei luoghi, di costruire edifici per contrastare l’imprevedibilità del territorio; di abitare in senso fisico, insomma. Ci vorranno ancora secoli ma un giorno ogni tipo struttura, d’involucro edilizio, d’architettura sarà destinato a sparire. A quel punto la parola “abitare” vorrà semplicemente dire “esistere”, “vivere”, in una costante esplorazione dell’immensità del mondo e dell’intimità del proprio essere.

Francesco Pascale. Casa del pop

Vote: 8,5 (attinenza al tema: 9,0 //coerenza tra testo e immagine: 8,8 //ricerca grafica: 7,9 //qualità della riflessione: 8,4)

Quando abitiamo uno spazio – che sia una stanza, una casa, una città, un paesaggio – non compiamo solo un’azione funzionale alle nostre esigenze, ma definiamo la nostra identità. Abitare ci dà l’occasione di ritrovare un’intimità che riguarda soprattutto i gesti, le azioni quotidiane, i costumi; in pratica ci permette di essere autentici e, quindi, generare forme, in maniera più o meno consapevole. In questo senso, il costruito diventa un foglio bianco, un palinsesto, su cui restano tracce di ciò che è già stato scritto, ma sul quale c’è spazio per scrivere ancora; un’opera aperta che ci permette di essere noi stessi, o meglio di diventarlo, proprio interagendo con i luoghi che sentiamo nostri.